Gli spaghetti alla Norma di Nino
GLI SPAGHETTI ALLA NORMA
I vecchi catanesi quand’ ero bambino amavano le donne
(le amano
ancora) ed il loro ideale era una giovane donna
formosa, opulenta
(avete presente la Venere di Milo? Ecco, così) come,
peraltro, erano
le soprano di qualche tempo fa.
I vecchi catanesi ( ed anche i giovani) amavano
Vincenzo Bellini, il
Cigno Catanese, la cui opera must è la “Norma”, storia
tragica di una
donna bellissima, interpretata sempre da un’ opulenta
soprano,
bellissima, come la Malibran.
Per i vecchi catanesi, insomma, l’ ideale di bellezza
muliebre era
(è) rappresentato da una bellissima donna formosa,
tanto che, quando
ne incontrano una per via Etnea, se ne vengono fuori
sempre con la
stessa esclamazione ammirativa:” Che beddra, pari ‘na
Nomma!”.
I vecchi catanesi, ed anche i giovani prediligono,
come primo piatto,
specialmente in estate, un bel piatto di “Spaghetti
alla Norma”.
Perché? Perché il piatto, di solito un largo piatto
piano, vi contiene
sopra una collinetta, a forma di cono, di spaghetti
conditi
abbondantemente con salsa di pomodoro (condita questa
solo con olio
crudo, un pizzico di sale, un pizzico di zucchero e
poche foglioline
crude di basilico) cui sono stati mescolati abbondanti
filetti di
fette di melenzane fritte (le fette non più alte di 1
cm dorate su
olio d’ oliva).Sopra la collinetta, con ancora un
mestolo di salsa
discendente verso il basso, sono disposte 4-6 fette di
melenzane fritte (come detto prima) a decorarla come
con un
gonnellino, e, sopra il tutto, uno strato di ricotta
salata
grattugiata, sparsa tipo manto di neve (già, siamo a
Catania e i veri
cuochi ricordano che c’ è pure l’ Etna, “a muntagna”
innevata da far
rivivere nel colpo d’ occhio). Alla sommità, un
cespuglietto di 4-5
foglioline di verde basilico che si avvitano come uno
sbuffo di fumo
del vulcano.
Sfido chiunque a non accogliere un piatto del genere
come fecero i
primi fortunati avventori di un ristorante di via
Landolina, in
prossimità del Teatro Massimo, quando al termine del
capolavoro di
Bellini se lo videro per la prima volta davanti. Allora
fu un ”
Mizzica, pare ‘na Nomma!”. E continua questa
esclamazione a premiare i
cuochi capaci di tanto piacere
Qualche catanese, che non ha conosciuto l’ ambiente
del Massimo, dice
che l’ espressione la coniò Nino Martoglio – noto
scrittore dialettale
– di fronte ad un piatto di spaghetti meritevole di
ammirazione, ma
mio padre, che conosceva bene Martoglio e che era
stato corista del
Massimo, mi diceva che erano state persone della
Catania bene di tanti
anni fa abitudinari frequentatori di quel ristorante
al termine dello spettacolo al Massimo.
E anche altri dicono che la verità è questa raccontata
da me.
La ricetta?
Sta nella mia paraboletta e se siete pigri andate su Google
e la
trovate. Ricordate solo che la salsa di pomodoro (non
sugo) è solo
passata di pomodoro ristretto: niente aglio né
prezzemolo né
peperoncino.
Buon appetito a chi la vuole provare.
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